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 LO SPOPOLAMENTO DEI NOSTRI CENTRI COLLINARI.!!!

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shogun
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Numero di messaggi: 3

MessaggioOggetto: LO SPOPOLAMENTO DEI NOSTRI CENTRI COLLINARI.!!!   Mar 03 Feb 2009, 13:53

La Cultura del Territorio
A seguito del decentramento di funzioni da parte delle regioni agli enti locali le competenze gestionali dei comuni sono aumentate. I comuni hanno molteplici opportunità di sviluppo ma, talvolta, si alzano barriere di tipo culturale-economico, che non permettono al territorio di innescare circuiti di sviluppo. D’altra parte i processi di cambiamento degli ultimi decenni hanno determinato profonde differenziazioni territoriali. Il 72% dei comuni italiani ha meno di 5000 abitanti e rappresenta una ricchezza insediativa che però conosce da tempo fenomeni di spopolamento, impoverimento e relativo invecchiamento della popolazione. Ciò implica per l’ente difficoltà sia di tipo gestionale, in termini di servizi da erogare, sia di programmazione economica e sociale. Tali fenomeni si riscontrano anche in numerose nazioni Europee, che hanno già avviato politiche nazionali d’ intervento per frenare i fenomeni di spopolamento dei piccoli centri. In Italia, il governo ha approvato delle leggi, con lo scopo di sostenerne le attività economiche, sociali, ambientali e culturali. Vi è, infatti, una crescente consapevolezza che per poter pianificare il territorio bisogna avere conoscenza delle sue caratteristiche e delle interrelazioni esistenti tra i diversi sistemi territoriali. In Sicilia, infatti, sono state sperimentate sia politiche esogene (incentivazioni finanziarie e interventi infrastrutturali) sia politiche endogene. Secondo esperti, queste ultime sono state di due tipi: una di tipo particolaristico e clientelare, che spesso si è accompagnata alla politica esogena; l’altra derivante da un cambiamento della politica pubblica che ha sostituito al paradigma dello sviluppo dall’alto quello dello sviluppo locale dal basso, negoziato e concertato. Lo spopolamento - Per quanto riguarda la distribuzione della popolazione sul territorio, la crisi dei piccoli comuni inizia negli anni 50, con riferimento ai piccoli centri interni, “vicini ma inaccessibili”. Da quegli anni, tale crisi diventa la nota dominante della regione. Essa si riversa a valle, con l’utilizzo intensivo delle pianure e dei litorali: quei centri isolati adesso si toccano, ma si tratta di una contiguità solo edilizia perché essi continuano ad essere piccoli e separati dal punto di vista economico e socio-culturale. La tradizione- L’intervento straordinario caratterizza la politica di sviluppo territoriale del Mezzogiorno nel dopoguerra. Si tratta di una politica settoriale, pensata da un ristretto gruppo di tecnocrati, gestita dalla CASMEZ, anche per la scarsa fiducia nell’amministrazione ordinaria. La classe dirigente locale, estranea sia alla fase di programmazione sia a quella di gestione, diventa negli anni, mera mediatrice con la politica centrale, soprattutto in funzione delle risorse finanziarie da ridistribuire a livello locale, anche a scopi clientelari. La politica dell’intervento straordinario in Sicilia è caratterizzata da interventi di tipo infrastrutturale e da una scarsa incentivazione dell’ attività industriale. Con il "grande cantiere" si è voluto ridurre l’autonomia dei ceti produttivi nelle campagne, rallentare la formazione di nuove imprese e incanalare forza lavoro nei lavori pubblici in modo da rendere disponibile una massa fluttuante di popolazione o per il reimpiego in altri cantieri o per l’emigrazione. Sono i centri interni che subiscono le maggiori perdite in termini di riduzione delle attività economiche e di emigrazione. In particolare, nei centri collinari s’interviene attraverso la legislazione speciale per la realizzazione d’opere di consolidamento e SS.II., che cerca di rispondere alle situazioni d’emergenza. Il debole tessuto produttivo costituito da piccole imprese artigianali del settore che lavorano per il mercato locale, in assenza di un’adeguata politica d’incentivazione, non regge all’inserimento nel mercato nazionale. Al contrario, cresce l’attività edilizia, grazie alle opere pubbliche. Negli anni 70 si attua la politica dei grossi poli industriali, proprio quando in altri territori fallisce a causa della crisi del modello "fordista" e da più parti si afferma la necessità di sostenere le piccole e medie imprese spesso integrate in “distretti industriali”. Lo sviluppo della piccola impresa fa emergere l’importanza della dimensione locale: il territorio come sistema di interrelazioni particolari tra fattori economici, socio-culturali e politici che influenzano lo sviluppo. Le nuove opportunità per le piccole imprese hanno una portata generale ma non sono colte ovunque con la stessa intensità: questa differenza territoriale, mette in luce l’importanza del contesto istituzionale locale per il processo di sviluppo. Se si tiene conto che la crescita di nuove iniziative e l’incremento della produzione industriale sono venuti negli ultimi anni soprattutto dall’economia della piccola impresa, si può ragionevolmente supporre che la crisi delle piccole imprese degli anni 50/60 – che ha colpito soprattutto i piccoli centri e la limitata crescita negli anni 70/80, abbiano contribuito a frenarne le possibilità di sviluppo autopropulsivo. L’innovazione - Dal punto di vista della programmazione dello sviluppo, il 1992 segna la fine definitiva della politica dell’ intervento straordinario affidato ad istituzioni speciali, con lo scioglimento della CASMEZ. Alla fine degli anni '80, si assiste ad innovazioni istituzionali ispirate al "federalismo" che trasferiscono poteri dal centro agli enti periferici. In particolare, al comune è attribuita competenza amministrativa generale salvo che, per assicurarne un esercizio unitario, essa sia conferita a livelli istituzionali superiori, secondo un riparto dei poteri pubblici dal basso verso l’alto. Il comune, che è l’ente più vicino ai cittadini, diventa così “il primo mattone della Repubblica”. Dal punto di vista della programmazione, cambia sia la politica di sviluppo territoriale nazionale che la politica regionale europea. Alla base del nuovo modello delle politiche e degli strumenti di sviluppo locale vi è l’assunzione secondo cui una lunga pratica di interventi pubblici settoriali e centralistici hanno provocato un deficit di organizzazione e dinamismo a livello territoriale. Per quanto riguarda la politica nazionale, gli anni 90 sono gli anni dei patti e dei contratti d’area che prevedono la concertazione degli interventi a livello territoriale; Nel frattempo è riformata la politica regionale europea che viene, contestualmente, dotata anche di fondi più cospicui, seppure con regole stringenti di programmazione pluriennale, di partenariato istituzionale e sociale, di monitoraggio e di valutazione degli interventi. Per quanto riguarda, invece, la legittimazione del partenariato sul territorio, la programmazione negoziata ha visto il proliferare di diversi strumenti anche all’interno di uno stesso programma. Così accade che all’interno di un medesimo territorio coesistono diverse istituzioni e diversi programmi per lo sviluppo; al contempo, si forma un partenariato diverso per ciascun programma. Non esiste, in altri termini, una continuità istituzionale nella politica di sviluppo locale. In particolare, gli enti pubblici locali (i comuni) sono presenti nei partenariati a caccia di visibilità politica e di finanziamenti e non assumono impegni specifici riguardo lo sviluppo dell’area.I piccoli comuni tra tradizione e innovazione- Da una prima generalizzata lettura, emerge una situazione molto composita, ma che comunque permette di formulare delle prime riflessioni sui possibili modelli di governance per i piccoli comuni. E’ evidente che con la riforma della Costituzione, ha preso forma un sistema a rete in cui le diverse istituzioni si integrano secondo i principi della partecipazione, della sussidiarietà e dell’efficienza. In questo nuovo quadro i comuni assumono il ruolo di veri protagonisti dello sviluppo dei propri territori. La programmazione negoziata ha offerto politiche di sviluppo e strumenti innovativi basati sui principi dello sviluppo dal basso, integrato e concertato. I piccoli comuni hanno partecipato all’attuazione di questi nuovi strumenti. La partecipazione ai tavoli della concertazione, ha accresciuto la loro consapevolezza di poter contribuire alla determinazione del proprio sviluppo. Spesso, però, questa consapevolezza non si è tradotta in comportamenti concreti. Al nuovo schema socio-istituzionale non si è accompagnato cioè uno sviluppo territoriale. Una governance adeguata al quadro istituzionale e di politica pubblica che abbiamo definito innovativo richiede per i piccoli comuni due condizioni necessarie:una forte capacità di coordinamento e di proposta progettuale rispetto ai diversi livelli sovracomunali della programmazione; una reale partecipazione dei cittadini alle scelte collettive locali. Nel comunità montane, infatti l’ insediamento si è sviluppato soprattutto in collina mentre furono rifuggite le coste, insicure per le continue incursioni barbaresche. L’ascesa verso l’alto inoltre era diretta sempre là dove la presenza di più sicuri e forti presidi, sia fisici che morali (castelli, monasteri), situati sempre sulle sommità dei rilievi collinari e submontani, offriva alle spaurite ed inermi popolazioni almeno una parvenza di maggiore sicurezza e protezione. Si è assistito ad un ingente spostamento della popolazione dal monte verso il mare, secondo un modello ormai ripetitivo, lungo le fasce costiere dell’intera penisola. Il generale spopolamento, non tocca di contro gli agglomerati costieri, soggetti a continui incrementi demografici. Lo spopolamento, senza ombra di dubbio crea emergenza sociale, per gli anziani, ma anche tanti disagi per chi resta, per la chiusura delle scuole, per l’assenza di servizi essenziali per la qualità della vita. I pochi negozi chiudono per l'impossibilità di reggere il ritmo dei prezzi rispetto ai grandi centri e alla distribuzione. Lo spopolamento genera pigrizia, inerzia, paralisi, lenta morte. I cervelli, i pochi che rimangono finiscono per arrugginire: sono nell'immobilità di eguali stagioni, in attesa di mutamenti chissà quali che da sé non verranno a rifare il mondo. Come vivono i nostri anziani nei piccoli centri? un dato per tutti in alcuni comuni la componente di persone anziane superiori ai sessantenni supera il 40 % della popolazione residente mentre la percentuale di individui inferiore ai 15 anni non supera il 15 % degli abitanti residenti. L’unità e la concentrazione producono forza contrattuale; la campagna ed ancor di più la montagna sono per loro natura “struttura debole” alla mercè delle strutture urbane. La città è il simbolo di tutto ciò che è appetibile: il luogo del lavoro, il luogo di incontri, di scambi, di conoscenza, il luogo del sapere, il “paese”, il mondo rurale invece è simbolo di isolamento, separatezza, dove la civiltà viene da fuori. La Città Territorio” - Città”, come simbolo di unità , di identità , di equità territoriale, di qualità dei servizi, cioè l’assunzione di un concetto “urbanità” che vivifichi il ruolo delle aree marginali, da coinvolgere in un processo di crescita facendo “massa critica” e realizzando servizi di natura “urbana” utilizzabili dall’intera comunità; Territorio”, inteso come spazio ecologico per la vita dell'uomo e delle attività da questo promosse, come ecosistema in cui l’ambiente offre sempre più reali opportunità di sviluppo e benessere per le generazioni presenti, il territorio come nucleo e motore di uno sviluppo da ricercare attraverso la valorizzazione delle sue valenze ambientali, culturali e produttive. Un territorio organizzato, con l’ identificazione e la distribuzione degli elementi portanti e concentrati di una città, in un’estensione fondata sui processi ambientali che la strutturano in un'ottica di rete ecologica e di una piena integrazione amministrativa fra i comuni dell'area.Nei modi di vita i due termini sono opposti: non lo sono nella quotidianità cittadina, ove quella rappresentazione manipolabile che abbiamo chiamato cultura ha sostituito entro l' immaginario collettivo, tramite televisione e pubblicità ed anche tramite l' insegnamento scolastico, l'esperienza viva del territorio reale. Qualcosa di simile in tempi storici è avvenuto, nell'Alto Medioevo, con la memoria dell'Impero. la presenza di una specifica classe di "colture in abbandono";
Buona giornata e buona lettura a tutti, da Shogun
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